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Pillole di sociale

La bambina e la bicicletta

La bambina e la biciclettaAvrò avuto forse cinque anni quando mio Nonno decise (saggiamente) che era arrivato il momento che imparassi ad andare in bicicletta: caricò me e la suddetta bicicletta sulla sua Renault azzurra e andammo in campagna, dove il pover'uomo tentò invano per mezza mattinata di farmi stare in equilibrio su due ruote. A me sfuggiva del tutto il perché e il percome avrei dovuto riuscire in quella faccenda da acrobati, e tanto mi impuntai nel non abbandonarmi a quell'arte, che alla fine rinunciammo dopo svariate cadute, un ginocchio sbucciato e l'orgoglio più basso dei minimi storici.

All'incirca un mese dopo la mia prima pièce con la bicicletta, girovagavo mano per la mano con il Nonno e incontrammo per strada un signore in sedia a rotelle che si spingeva da solo andando all'indietro, senza apparente difficoltà. Sgranando gli occhi quanto umanamente sia possibile per un'adorabile piccola impicciona, dissi al nonno: “Ma quel signore cammina all'indietro! Nessuno lo aiuta?” e quell'esempio vivente di pazienza illuminata e amore per la conoscenza del mondo che era il Nonno, mi rispose: “Nessuno lo aiuta perché non ne ha bisogno, ha imparato a fare una cosa a modo suo”. Io, contravvenendo alle mie abitudini di loquacità, non dissi una parola e incassai, covando il sospetto che dietro alla sentenza del Nonno in realtà si nascondesse un messaggio neanche troppo criptato relativo a me e alla bicicletta. Rimasi dunque sul vago.

Cosa mi dice questa storia ogni volta che mi torna in mente? Ci sono un sacco di cose che impariamo a fare a modo nostro per necessità o per virtù. Non necessariamente conviene pensare alle abilità della vita quotidiana come esperienze che differenziano le persone, potremmo piuttosto voler fare un cauto spostamento dal nostro punto di vista e adottare una prospettiva che ne sottolinea le affinità: ognuno di noi può trovarsi davanti alla necessità di sperimentare modi nuovi, personali, di rispondere a un'esigenza (basta la frattura di un osso che non sapevamo nemmeno esistesse e che ci lascia con la gamba ingessata per tre mesi, magari d'estate). Ad esempio, ho conosciuto persone che hanno imparato a dipingere con la bocca, usare la tastiera del computer con il ginocchio o il piede e orientarsi nello spazio solo attraverso i rumori, forse inizialmente con fatica, ma credo, senza supponenza, anche con una grande soddisfazione per aver trovato il modo di far funzionare le cose. Permettetemi di mettere in guardia i potenziali scettici (sappiate che vi vedo, per favore smettete di arricciare il naso…): non si vogliono sminuire delle difficoltà contingenti, non è detto però che non si abbia l'energia e l'ottimismo di trovare un accorgimento per fare le cose “a modo proprio”, almeno per quello che è possibile. Spesso mentre assisto alle piccole e grandi difficoltà quotidiane che molte persone, affiancate dalle loro famiglie, affrontano con determinazione per camminare, mangiare, parlare ecc..,vengo investita da un' empatia che mi da letteralmente la carica: che portenti!

Per quanto mi riguarda, alla fine ho imparato ad andare in bicicletta (avevo ragione: quello del Nonno era un messaggio criptato a uso e consumo della piccola impicciona) e ho man mano scoperto che ogni giorno tutti ci saremmo imbattuti in cose che non avremmo saputo fare e che avremmo dovuto imparare, alcune a modo nostro, e forse proprio perché queste cose nuove sono state affrontate dando loro un'impronta personale sono diventate preziose. Credo che questo sia un valore per tutti.

Mi piace pensare che non ci sia niente che ci rende davvero diversi dagli altri, ma che esistano molte cose che ci fanno essere unici.

Erica Campisi
Coordinatrice Centro Diurno Disabili Casa Azzurra
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