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Attenzione e teatro

Attenzione e teatroRiflessioni attorno a una ricerca intervento

Nell'anno scolastico 2018-19 è stato realizzato il progetto "Teatro a scuola", presso una scuola primaria del territorio imolese. Il progetto rientrava nelle attività dello Sportello psicoeducativo per le difficoltà di comportamento. La ricerca è stata ideata e condotta da Michele Di Felice, con la supervisione del Professor Francesco Benso e della sua equipe.

L'ipotesi del lavoro era questa: attraverso un trattamento mirato nell'ambito di un percorso teatrale che coinvolga l'attenzione esecutiva, ci si aspetta un incremento di quest'ultima nel gruppo sperimentale.
Il metodo: un gruppo sperimentale di bambini della classe IV primaria frequentanti un laboratorio di teatro della durata di 3 mesi per 2 ore alla settimana e un gruppo di controllo di bambini della classe IV primaria che seguono l'ordinaria programmazione didattica. I due gruppi sono stati valutati prima dell'inizio delle attività e alla loro conclusione con una batteria neuropsicologica. L'analisi degli esiti delle prove di valutazione, utilizzate per misurare i miglioramenti dei gruppi sperimentale e di controllo, sono in fase di svolgimento. Entro la fine di settembre potremo fare le prime riflessioni.

Diverse ricerche e articoli dimostrano che è fondamentale considerare le attività artistiche e sportive come fattori che favoriscono uno sviluppo armonico dei bambini. Nello specifico giocherebbero un ruolo fondamentale nel potenziare la capacità di autoregolazione. E su questa premessa ho realizzato l'esperienza imolese.

L'attività teatrale è stata centrata sul training psicofisico dell'attore e sull'improvvisazione. Prima di andare avanti con la narrazione vorrei introdurre una buona metafora per comprendere cosa intendo per training dell'attore.

Un vecchio chiama al letto di morte i suoi tre figli fannulloni e dice loro che sotto i suoi campi aveva sepolto un tesoro inestimabile, un forziere pieno di monete d'oro. Muore prima di fare in tempo a rivelarne la posizione esatta.
I figli iniziano a scavare la terra in ogni parte e profondità alla ricerca del forziere. Per mesi, ma non trovano niente. Col passare del tempo, notano che la terra iniziava a produrre frutti: pomodori, carote, patate, melanzane… molti ortaggi che i tre mangiavano nelle giornate faticose passate a scavare.
Ma c'era talmente tanta sovrabbondanza, che iniziarono a venderle al mercato e piano piano costruirono orti e serre per continuare la coltivazione.
In pochi anni diventarono ricchi, e capirono che in verità non c'era mai stato nessun tesoro, e che il vero tesoro è arrivato grazie a un lavoro faticoso, instancabile e perpetuo, la cui importanza si rivelò solo molto più tardi.


Questa metafora centra il punto. Ciò che conta è il lavoro. In diversi incontri mi è capitato di chiedere ai presenti cosa avrebbero pensato se io avessi chiesto loro di definire cosa è il teatro. Le risposte sono state sempre varie e disparate, ma mai nessuno ha risposto il lavoro, la fatica, il sudore. Nella concezione popolare, tipica della nostra cultura (in Asia, per esempio, è diametralmente opposta), l'attore è un istrione che per natura è dotato di qualità straordinarie, estetiche o di personalità, che lo rendono idoneo al teatro.
Frasi del tipo “Lui ha la faccia tosta (o da schiaffi)! È simpatico! Non si vergogna di niente! Dovrebbe fare teatro!” nascondo l'idea che sia necessario un dono. Se non il dono non c'è... non se ne fa niente.
Io rifiuto questa idea (e non solo io...). Nella tradizione teatrale sono presenti infinite attività di preparazione dell'attore al suo lavoro. Il training psicofisico altro non è che una serie di attività ed esercizi che lavorano sulla totalità della persona potenziandone il funzionamento cognitivo, fisico ed emotivo.

L'arte non si apprende, ma l'artigianato sì!

E quando si è abili nell'artigianato si hanno gli strumenti per dare forma all'arte.
Appare evidente il motivo che spinge ad introdurre il teatro a scuola. Si potrebbe dire che Il motivo più importante per lavorare con il teatro è forse il divertimento. Imparare con il sorriso, “l'apprendimento caldo” sembra essere il trend educativo più accreditato. In più, si possono avere grandi benefici, che variano a seconda dei partecipanti, del contesto e degli obiettivi del gruppo. Essi riguardano sia la singola persona che il gruppo nel suo insieme:
- aiuta il gruppo ad acquisire coesione;
- aumenta la tolleranza, il rispetto e la comprensione tra i componenti del gruppo;
- migliora l'autostima individuale e la capacità di comunicare;
- aumenta la consapevolezza e la capacità di valutare i limiti fisici, sociali ed emozionali;
- sviluppa le abilità sociali, fisiche e verbali;
- sviluppa la spontaneità;
- migliora la capacità di compiere scelte;
- sviluppa l'immaginazione e la capacità di giocare;
- aiuta a conoscere persone luoghi e tempi diversi dai soliti.

Questo contesto può diventare, per allievi e insegnanti, un'occasione per incontrarsi come compagni di gioco, coinvolgendosi reciprocamente, pronti a entrare in sintonia, a comunicare, a fere esperienza, a reagire, a sperimentare e a scoprire.

Le recenti ricerche e gli approcci integrati ci mostrano come alla base del rendimento scolastico ci siano le competenze (risorse) attentive e la capacità di regolare le proprie emozioni. Ambiti che vanno a rafforzarsi decisamente con attività artistiche (condotte da persone esperte e consapevoli, che non si limitano ad applicare una “ricetta”) e sportive. Queste attività andrebbero potenziate e riconosciute nella loro importanza, invece si assiste ad una mortificazione progressiva della loro presenza nella testa degli educatori e nella didattica quotidiana, relegate ad attività minori, di contorno.

Si potrebbe dire ai dirigenti scolastici e agli insegnanti che fare teatro incrementa le capacità attentive-esecutive e, quindi, aumenta la possibilità di accedere a risorse utili per automatizzare le abilità strumentali di apprendimento o per comprendere un testo e risolvere un problema.

Forse, se si vedesse il quadro da questo punto di vista, le cose andrebbero diversamente.

Michele Di Felice, psicologo psicoterapeuta attore
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